Oggi siamo circondati da marchi, simboli e dai valori che essi evocano.Ti basterà dare un’occhiata in casa per scorgere decine di marchi diversi, ognuno caratterizzato da una grafica più o meno stilizzata o fantasiosa o da una semplice scritta. Il televisore potrebbe essere un LG, con le lettere L e G che formano una faccina stilizzata che fa l’occhiolino, mentre il portatile potrebbe avere sulla cover la mela morsicata della Apple, o ancora, in cucina, gli spaghetti De Cecco con l’inconfondibile immagine della raccoglitrice di grano.

Ma che differenza intercorre fra i diversi marchi? Sono tutti in grado di veicolare indifferentemente i valori di una marca oppure alcuni si adattano meglio di altri a determinate attività e contesti strategici? Naturalmente una classificazione è possibile e ogni tipologia di marchio ha determinati attributi, una propria grammatica visiva, con la quale caratterizzare e personalizzare al meglio il brand di riferimento.

 

Classificazione di un Marchio

Classificazione di un marchio

  • Monogramma. Il monogramma è l’unione tipografica delle lettere iniziali di un nome. Poiché è sconsigliato ricorrere a nomi troppo lunghi nel naming di un brand, il monogramma risulta essere la scelta migliore in caso di nomi di difficile abbreviazione. Tuttavia, presenta dei punti critici perché il cliente ha difficoltà nel memorizzare un marchio senza un nome completo e senza particolari appigli visivi. Un esempio tipico di monogramma è il brand Louis Vitton con il marchio formato dalle iniziali del nome dello stilista che si sovrappongono.
  • Marchio Parola. Il marchio parola è caratterizzato solo ed esclusivamente dal logotipo, ovvero dalla grafia del nome scritto per intero. Ne sono un esempio Sony, Google, Sky. La tipologia del marchio parola si adatta meglio ai brand con un nome semplice e diretto, possibilmente composto da pochi caratteri, così da favorire al massimo la memorizzazione da parte del cliente.
  • Logotipo Figurato. Il logotipo figurato è caratterizzato dal nome del brand di solito inserito all’interno di una forma geometrica come un’ellissi o un quadrato. Anche in questo caso è sconsigliato ricorrere al logotipo figurato se il nome del brand è troppo lungo o complesso. I marchi di Lego, Barilla e Ford rientrano a tutti gli effetti in questa categoria.
  • Marchio Figurato. Un marchio figurato è un logotipo (il nome scritto per intero) affiancato da un pittogramma riconoscibile e stilizzato. Basti pensare alla Puma, con il celebre puma stilizzato pronto al balzo oppure Lacoste e il coccodrillo verde. I brand che scelgono un marchio figurato possono contare sulla forza evocativa di un’immagine subito riconoscibile e universalmente associabile al brand.
  • Marchio Astratto. Il marchio astratto è un logotipo accompagnato da un simbolo stilizzato e astratto, ovvero non riconoscibile e frutto della fantasia dei grafici o del fondatore. Mitsubishi, BMW e Nike sono esempi tipici di brand che hanno optato per simboli grafici astratti che, nonostante attingano al campo dell’immaginazione, oggi sono codificati e pienamente associati alle rispettive marche. Il rischio di creare marchi astratti con simboli anonimi incapaci di emozionare è però alto.
  • Marchio Illustrato. Il marchio illustrato si compone del logotipo abbinato ad un’immagine complessa simile ad una foto o ad un’illustrazione. A volte però l’illustrazione particolareggiata che accompagna il marchio può comportare dei problemi tecnici come l’impossibilità di riduzioni eccessive o di applicazione su supporti specifici. Di contro, un marchio illustrato ha un forte impatto visivo e spesso viene utilizzato per risaltare il packaging dei prodotti alimentari di largo consumo. Un esempio è il marchio della De Cecco, della Mulino Bianco o della Lamborghini.

 

Valerio Pelliccia

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