Il web ha celebrato la scrittura come atto democratico, facendo decadere il comune sentire che la considerava come prodotto elitario, nelle mani di pochi. I contenuti generati dagli utenti sono il chiaro esempio di questo cambio di paradigma.

Il web ha dato valore alla scrittura snella, concreta, senza troppi fronzoli, in grado di catturare l’attenzione dell’utente, travolto da un vortice continuo di informazioni. Il contenuto scritto per il web ha acquisito quindi una sua dimensione con regole ben precise, dalla formattazione che vuole la divisione del testo in paragrafi non più lunghi di 5/6 righe, al giusto dosaggio di link e keywords.

Ad esso è stato dato il compito non facile di rompere il ghiaccio con l’utente che approda sul nostro sito, di convincerlo che ciò che vogliamo proporgli è in linea con ciò che sta cercando. Il contenuto è diventato parte integrante dell’avvincente universo del web marketing, è stato assoggettato alle tecniche Seo per ingraziarsi i motori di ricerca. Quella che era una pratica considerata “umanistica” è ora diventata una delle strade da tenere in considerazione per ottenere un guadagno.

Il contenuto generato dagli utenti ha solleticato la nostra intima vanità, il desiderio di avere visibilità, fama, notorietà, ancor prima di diventare pratica di esperti seo o fonte di guadagno. Abbiamo visto la blogosfera proliferare di giorno in giorno, di ora in ora.

Perché nonostante premesse quali un environement democratico dove produrre contenuti e la possibilità di trarne un guadagno, non si sono verificati gli esiti positivi che tutti attendevamo? Ovvero una produzione infinita di contenuti di qualità e originali e una rivalutazione della professione di chi produce i contenuti per il web?

Sostanzialmente c’è stato un grande fraintendimento, proprio sul significato dei termini “originale e di qualità”. Invece di rischiare, di sfruttare quella parvenza di democrazia che il web ancora ci consente, il popolo del web (all’italiana?), ha deciso che il valore del proprio contenuto dovesse misurarsi in base ad un pagerank, alle visite degli utenti e al posizionamento, sempre più ossessionato dal comandamento: onora il motore di ricerca più di te stesso, più delle tue idee, più di ogni altra cosa.

Il risultato di tutto ciò? Fatta eccezione per pochi blogger, la blogosfera sembra essere rappresentata da di blog tutti uguali, che trattano le stesse tematiche, prendendo spunto da qualche techcrunch italiano o da quello originale. E la differenza dov’è? Qual è il valore aggiunto che dà questo tipo di contenuto? È forse quel cambio di virgola, quel sinonimo trovato per camuffare un copia-e-incolla spudorato, o quel link alla fonte a piè pagina nel rispetto della licenza creative commons?

Se non si rischia in un territorio democratico come quello offerto dal web, quando si avrà il coraggio di farlo? Assumersi la responsabilità di una linea editoriale, senza offrire il solito pot pourri di tematiche, può essere una delle strade verso la creazione di contenuti originali e di qualità, nonché una buona occasione per il blogger per far conoscere il proprio livello di expertise e dare maggiore credibilità alla propria professione.

Ovviamente non si sta mettendo in discussione la possibilità di guadagnare grazie anche ai contenuti, nè la professionalità di coloro che credono fortemente nel proprio lavoro.  Ciò che si vuole sottolineare è che forse un atteggiamento più critico nei confronti del signor web 2.0 e una  maggiore onestà intellettuale possono davvero fare la differenza.

La questione non è semplice quando si tratta di uno strumento nuovo e in continua evoluzione come il web. E soprattutto i dubbi al riguardo sono tanti. Primo tra tutti: stiamo davvero perdendo la grande occasione di esserci in rete e nella blogosfera con contenuti di qualità e valore, o forse la tanto decantata democrazia del web è l’ennesima utopia in cui vogliamo ancora credere?

Simona Fiore

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