Una lettura assai piacevole, dai toni fiabeschi, ma soprattutto “rivelatrice”.

Ne “Il Piccolo Principe si mette la cravatta” di Borya Vilaseca, concetti apparentemente ingenui finiscono con lo spalancare la mente e il cuore del lettore su una realtà troppo spesso trascurata, quella interiore.

“Normalmente crediamo che la felicità arriverà quando avremo più soldi, più successo sul lavoro, più prestigio sociale, una macchina nuova, un compagno più affascinante…Tuttavia, lungo la strada di solito perdiamo l’unica cosa che ci serve ed è già a nostra disposizione: noi stessi, ossia il nostro benessere interno.”

Questo accade perché <<l’essenziale è invisibile agli occhi>> proprio come afferma Antoine de Saint-Exupéry al quale l’autore si ispira per la creazione del suo personaggio, un vero concentrato di positività.

Pablo Principe, alter ego del Piccolo Principe, è un giovane direttore delle Risorse umane o come lui stesso preferisce definirsi “Responsabile Persone e valori della società”.

Attraverso l’introduzione di concetti come l’autoconoscenza, l’intelligenza emotiva e lo sviluppo personale, il protagonista di questo affascinante racconto riesce a cambiare il destino di un’azienda da troppo tempo in balia dell’egocentrismo e della sofferenza.

Spesso infatti ciò che indebolisce un’organizzazione è proprio la ricerca spasmodica del risultato economico che rende “miopi” riguardo aspetti molto più importanti come le relazioni interne, la motivazione personale, il giusto equilibrio tra vita personale, familiare e professionale.

“Il successo non è la base della nostra felicità, mentre la felicità è la base di qualsiasi successo veramente sostenibile e dotato di senso.”

Così recita l’ultimo punto del decalogo “L’impresa come luogo di apprendimento” appeso a una parete della Sala Macchine, ribattezzata poi Sala Apprendimento, della società di consulenza Sat dove nulla accade per caso e tutto può accadere…

E i nove punti precedenti?

Beh, quelli li lasciamo scoprire a voi.

Assunta Rea

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