Si sente sempre più spesso parlare di Growth Hacking e della sua capacità di far decollare un business. E come accade per molti altri casi, il web si riempie di contenuti che tentano di far luce sull’argomento in modo più o meno affidabile.

Si diffondono in rete le origini del termine, le implicazioni e anche gli effetti che a detta di alcuni sfiorano il miracolo. In generale regna una certa confusione ma sei finalmente nel posto giusto per fare chiarezza sul Growth Hacking.

Per la realizzazione dell’articolo ci siamo ispirati all’ottima guida sull’argomento firmata lacerba.io e che potrete trovare qui

Inizieremo dalla sua origine, e da una piccola storia.

Le origini del Growth Hacking: il caso Dropbox

Siamo nel primo decennio degli anni duemila e Sean Ellis deve trovare un modo per accrescere la clientela del celebre Dropbox. Qual era il problema di Dropbox e in sostanza di qualunque attività appena nata, e forse anche della tua? Trovare clienti. Senza gli utenti, infatti, anche la migliore delle idee può rimanere lettera morta. Inoltre Dropbox si trovava ad operare in un mercato, quello del cloud, già saturo di concorrenza che rendeva inefficaci i canali tradizionali di marketing.  A Sean Ellis non rimaneva che puntare sulla creatività e far leva sulle ottime potenzialità del prodotto. Dopo alcuni tentativi arrivò alla conclusione che lo strumento migliore di promozione erano i clienti stessi, i quali avrebbero consigliato il cluod Dropbox ad amici e parenti in cambio di maggiore spazio di archiviazione. L’idea si rivelò un successo e ben presto la compagnia vide crescere esponenzialmente i suoi utenti. Trasformare gli utenti in promoter, il cosiddetto referral, è ormai una tecnica ampiamente utilizzata ma all’epoca segnò un punto di svolta, se non altro per la filosofia di fondo.

 

Growth Hacking Mindset

Growth Hacking Mindset

Il mindset: soluzioni a problemi a prima vista insuperabili

E ora arriviamo al dunque. Che cosa ha permesso a Dropbox di decollare? Aldilà della tecnica in sé, il successo è arrivato grazie alla soluzione ad un problema apparentemente irrisolvibile, grazie alla leva con cui avviare il processo di crescita e grazie all’unico tra i canali possibili che ha dimostrato i risultati più incoraggianti. Ed ecco che la storia dell’ascesa di Dropbox racchiude tutti i principi e il mindset che fanno del Growth Hacking una disciplina vera e propria. Tra questi non possono mancare:

  • Creatività
  • Adattabilità
  • Misurabilità

Si esige creatività laddove le strade tradizionali di promozione e marketing non portino a risultati; si esige adattabilità quando l’intuizione possa essere realizzata su misura del prodotto o del servizio che si vuole far crescere; si esige misurabilità perché il Growth Hacking non sceglie il canale più simpatico, bensì quello che rende di più in termini di analytics. È questo il mindset e la mentalità intorno a cui ruota il concetto.

Sperimentare, testare, e soprattutto quantificare le prestazioni di ogni possibile canale di promozione sono alla base del Growth Hacking e ti porteranno ad individuare il growth hack, ovvero il trampolino giusto con cui superare il muro della concorrenza ed entrare finalmente nel vivo del mercato.

A questo punto una definizione precisa del Growth Hacking è d’obbligo. Gli esperti sono concordi nel definire la disciplina come un processo di sperimentazione rapida, su canali di marketing e di prodotto, al fine di trovare il modo più efficiente di scalare un business.

Sfatiamo alcuni luoghi comuni

A sentir nominare la parola marketing potresti storcere il naso e chiederti se il Growth Hacking non sia in realtà una forma di marketing un po’ più innovativa. In realtà è la definizione stessa a svelarci la differenza tra le due discipline, e lo fa attraverso la parola sperimentazione. Mentre il marketing utilizza il budget a disposizione su canali scelti a priori (la cartellonistica, Google AdWords, banner, eccetera) ed ha una durata limitata nel tempo (campagna pubblicitaria), il Growth Hacking spezzetta il budget su diversi canali di promozione, sperimentandone anche di nuovi, per poi scegliere quello che garantisce i migliori risultati in termini di conversioni, vendite o iscrizioni sulla mailing list. È questa sperimentazione continua e rapida (la celerità è importante perché una start up non può perdere mesi a studiare come svilupparsi) che dona al Growth Hacking una dignità scientifica.

Si è appena parlato di budget e un altro luogo comune da sfatare è che il Growth Hacking sia a costo zero. Alcune risorse andranno per forza distribuite su più canali, altrimenti come sarà possibile scegliere quello che assicura il miglior risultato al minor costo per l’azienda?

Il terzo e ultimo luogo da sfatare riguarda il Growth Haking fai da te. La rete promette di insegnarti a padroneggiare l’argomento in tempi rapidi e con risultati fantastici. La realtà è che il growth hacker è una figura professionale di rilievo e dalle competenze trasversali, non comuni a tutti. È necessario conoscere il prodotto per far leva sulle sue caratteristiche, è necessario avere almeno conoscenze di base nel linguaggio della programmazione per sperimentare tecniche di promozione nuove, è necessario avere competenze in marketing e psicologia, è più che raccomandabile avere buone doti di capacità relazionali con la committenza. Ti ritrovi nelle qualità e competenze appena elencate? Perfetto, potresti essere un ottimo growth hacker per il tuo business, ma prima scopri il growth hack adatto al prodotto e mettilo alla prova dei numeri.

Valerio Pelliccia

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