Per lavoro o perchè letteralmente “estasiate” dai social network, sono tantissime le persone che non staccano mai dalla rete rischiando così di compromettere il proprio benessere psicofisico.

Per fortuna, esistono realtà che invitano a rallentare e a riappropriarsi del proprio prezioso tempo.

Tra queste c’è Slow Communication, movimento nato sulla scia filosofica dei più noti Slow Food e Cittaslow con l’obiettivo di “promuovere una nuova cultura digitale che rimetta l’uomo al centro della comunicazione e la tecnologia al suo servizio”.

Ne abbiamo parlato a tu per tu, in una piacevolissima intervista, con l’ideatore Andrea Ferrazzi: giornalista, consulente politico ed esperto di strategie di comunicazione.

1. Ciao Andrea e benvenuto su Sinapsia Blog.

 

Iniziamo con una domanda di rito. Cos’è Slow Communication e come nasce l’idea?

Al momento è un Movimento, ma l’auspicio è che diventi presto una Fondazione. Si propone di promuovere una nuova cultura digitale, una nuova alfabetizzazione mediatica e una nuova etica intellettuale fondata sulla ricerca di un equilibrio sostenibile tra la velocità e l’immediatezza del Web e il pensiero lento, lineare e approfondito. Non è un movimento luddista, tanto per essere chiari. Ciò che vogliamo è introdurre posizioni diverse, meno apologetiche e ideologiche, sul web e le sue funzioni.

2. Qual è stato il riscontro del pubblico durante la presentazione all’Internet Festival di Pisa?

A Pisa la sala era piena e, da quanto mi è stato riferito, anche l’eco mediatica in rete è stata significativa. Merito anche degli altri relatori, tutti di primissimo livello: da Luca Conti a Federico Guerrini, da Alessandro Lanni a Fabio Chiusi a Luca Filippetti di Cittaslow. Un riconoscimento importante è arrivato anche dal Ministro degli Esteri Giulio Terzi che, sul suo profilo di Facebook, ha commentato: Slow Communication è un’iniziativa veramente suggestiva, da leggere anche come appello a esprimere – proprio sul web – ragionamenti che vadano oltre la reazione immediata e troppo spesso reattivamente emotiva.

3. Il rimando a Slow Food è immediato. Quali sono per te gli “ingredienti” principali di una dieta mediatica sana ed equilibrata?

In effetti il Movimento Slow Communication trae ispirazione dall’esperienza di Slow Food, un’associazione nata con lo scopo di promuovere una cultura del cibo orientata alla difesa delle tradizioni, del gusto e della salute delle persone, in opposizione alla moda dei fast-food, ovvero dei pranzi consumati velocemente, senza prestare alcuna attenzione a cosa si mangia, né tantomeno agli effetti di uno stile improntato all’omologazione e, quindi, all’annullamento di quelle differenze che invece rappresentano una ricchezza fondamentale. Oggi Slow Food conta oltre cento mila iscritti, volontari e sostenitori in 150 Paesi, 1500 Condotte – le sedi locali – e una rete di 2000 comunità che praticano una produzione di cibo su piccola scala, sostenibile, di qualità. Segno evidente che l’intuizione di Carlo Petrini si è rivelata geniale. Da allora sono nate diverse iniziative che si ispiravano a Slow Food, prima tra tutte Cittàslow, movimento nato nel 1999 su intuizione di Paolo Saturnini. Slow Communication si inserisce in questo ambito culturale e, per analogia, intende sensibilizzare alla necessità di una dieta mediatica bilanciata e diversificata. Assumere informazioni solo attraverso la rete è come cibarsi solo di proteine: per qualcuno dà risultati positivi, perché fa dimagrire. In realtà il nostro organismo ne risente negativamente. Fuor di metafora: va bene internet, ma non abbandoniamo il pensiero lento che si può avere solo con la riflessione, la concentrazione e quindi con il consumo dei media tradizionali. Ad iniziare dal libro.

4. Quali invece gli “effetti collaterali” di un uso inconsapevole ed eccessivo della rete?

Un recente articolo pubblicato da Newsweek e in Italia da Internazionale mette in evidenza la nostra dipendenza da Internet: trascorriamo online gran parte della nostra vita, eppure studi importanti indicano che il web ci fa sentire più soli e depressi e può addirittura essere all’origine di alcuni disturbi psicologici. Nicholas Carr sostiene che Internet ci rende più intelligenti soltanto se adottiamo i suoi standard. Se invece ci basiamo su un’idea più ampia e tradizionale di intelligenza – se consideriamo la profondità del pensiero e non solo la sua velocità – dobbiamo arrivare a una conclusione diversa e ben più inquietante: le funzioni mentali che stanno perdendo la “battaglia per la sopravvivenza del più occupato” in corso fra le cellule cerebrali, ammonisce lo studioso, sono quelle che presiedono al pensiero calmo, lineare, quelle che utilizziamo per seguire una lunga narrazione o un’argomentazione complessa, quelle che sollecitiamo quando riflettiamo sulle nostre esperienze o contempliamo un fenomeno esterno o interno. A vincere sono le funzioni che ci aiutano a localizzare velocemente, a classificare e valutare frammenti disparati d’informazione, quelle che ci fanno mantenere salde le nostre traiettorie mentali mentre siamo bombardati dagli stimoli. Ecco: dobbiamo riequilibrare l’esito di questa battaglia, attraverso una dieta mediatica bilanciata. Anche perché ad essere in gioco non è soltanto la salute dei singoli individui, ma anche delle comunità e, più esattamente, dei sistemi democratici. E’ sbagliato approcciarsi al web in modo ideologico, in un senso e nell’altro. E’ importante mantenere un senso critico, riconoscendo gli aspetti positivi, ma anche quelli negativi. Invece noto molta ideologia politica nelle considerazioni di chi vede in Internet uno strumento utile alla democrazia. Sarebbe il caso, ad esempio, di chiedersi: di quale democrazia? Quella plebiscitaria che demonizza la rappresentanza? Mi pare un approccio un po’ troppo demagogico, che va a braccetto con il populismo 2.0.

5. Per finire, c’è un libro che consiglieresti a chi decide di avvicinarsi al “vivere slow”?

I libri sulla filosofia slow sono tantissimi. Impossibile citarne uno. Per quel che riguarda gli aspetti critici di Internet, credo che meritino assolutamente di essere letti “Il Filtro” di Eli Pariser e “Ossessioni collettive” di Geert Lovink.

Assunta Rea

 

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